Pechino, 4 giugno 2009: un ombrello è un ombrello

Nell’anno accademico 2008/2009 ero a Pechino con una borsa di studio. In altre parole, la mia vita consisteva soprattutto in parlare inglese con i miei nuovi amici occidentali, bere molta birra, mangiare molte ali di pollo piccanti e studiare una quantità moderata di caratteri. Il 4 giugno 2009 ricorreva il ventennale dal massacro degli studenti in piazza Tian’anmen  e la mia amica Lucie mi ha proposto di andarci, per vedere se stesse succedendo qualcosa, e che cosa. Sono molto pigra, non ho quasi mai voglia di uscire e il clima soffocante dell’estate pechinese non aiutava. Lucie però non è una che si arrende così facilmente: era un’occasione unica e non potevamo lasciarcela sfuggire, “soprattutto tu che sei sinologa!” Me ne sono fatta una ragione e mi sono messa le scarpe. Dovrei ringraziarla per aver insistito.

La nostra università era abbastanza vicino al centro e dopo soli quarantacinque minuti di metro siamo scese alla fermata Tian’anmen Ovest. A causa della minaccia di attentati, a partire dalle olimpiadi del 2008 la piazza era stata transennata e non si poteva più attraversare la strada per accedervi. C’erano quattro sottopassaggi, in ognuno dei quali era stato allestito un controllo di sicurezza, una specie di versione rilassata dei controlli in aeroporto: si infilava il bagaglio in uno scanner e un paio di addetti in divisa occhieggiavano un monitor, tra uno sbadiglio e l’altro. Quel giorno, la situazione era un po’ diversa.

Non solo ci hanno controllato le borse ma ci hanno chiesto anche i documenti: di solito giravamo solo con lo student ID ma quel giorno, fortuna vuole, ci eravamo portate anche il passaporto. Mentre eravamo in fila, mi sono messa a origliare la discussione tra un altro controllore e una ragazza occidentale. Lei parlava veloce, in un cinese quasi perfetto, e gesticolava con le mani. Aveva un visto di lavoro e alla domanda “Di che cosa si occupa?” aveva risposto “Collaboro con l’ambasciata spagnola”. Non ricordo i dettagli, ma so che non l’hanno fatta passare.

Arrivato il nostro turno, l’agente ha controllato passaporti e visti di studio. “In che università studiate?” Domanda strana, ho pensato, che differenza fa? “Jiaotong”, abbiamo risposto, e ci hanno fatte passare. Mentre abbiamo oltrepassato la spagnola che ancora discuteva con l’altro mi sono chiesta il perché di quella domanda, e cosa sarebbe successo se avessimo risposto in maniera differente. La Jiaotong è un’università nota ma inoffensiva, Beida, invece, è quella i cui studenti sono stati i più attivi nelle proteste del 1989. Mi sono chiesta se non mi stessi facendo troppe pippe mentali.

Quando siamo riemerse dall’altra parte del sottopassaggio, era tutto normale. Famiglie di turisti cinesi in posa per le foto di rito di fronte alla statua del popolo, giovani occidentali con lo zaino alla ricerca dell’entrata al Mausoleo di Mao. Un gruppo di cinesi giovani insieme a un paio di uomini sulla cinquantina, seduti per terra: uno guardava il pavimento e si teneva la testa fra le mani. In quel momento il mio animo romantico ha deciso che erano loro quelli che stavamo cercando, erano venuti per ricordare e raccontare quello che era successo, e magari avevano anche partecipato alle proteste… Poi ci siamo girate indietro, verso l’ingresso della Città Proibita, e li abbiamo visti.

Una manciata di ragazzi sui vent’anni, tutti con lo stesso modello di camicia in due tonalità diverse (verde a quadretti o viola a quadretti), disposti sulla stessa linea, a tre-quattro metri di distanza l’uno dall’altro. Passeggiavano piano, come quando aspetti qualcuno in ritardo e ti vuoi sgranchire le gambe, sempre sogguardando a quale altezza si trovasse il vicino di linea, vuoi mica rovinare la formazione. Tutti usavano un ombrello nero come bastone da passeggio. E alla vista dell’ombrello, ce la siamo fatta sotto.

A Pechino non piove mai. O meglio, può piovere un paio di settimane, magari anche di più, ma solo in autunno. I temporali estivi sono mooolto rari – o almeno lo sono stati ogni singola volta in cui ci sono stata – e capitano con frequenza a Shanghai, mai a Pechino. E prima che pensiate agli ombrellini da sole, che in effetti avrebbero potuto essere utili in una giornata come quella: 1. sono un accessorio da donne, 2. sono diversi dagli ombrelli da pioggia: sono piccini, si piegano in modo diverso, sono di colore chiaro e con decorazioni molto, ehm, cinesi. Erano senza dubbio ombrelli da pioggia. Cos’altro potevano essere?

Sulla strada del ritorno io e Lucie non abbiamo parlato d’altro. Fucili? Telecamere nascoste? Microfoni? Tornare in camera, era impossibile cercare su google: il sito, come la maggior parte dei siti occidentali di notizie, era inaccessibile, e la connessione era di una lentezza esasperante. Il trattamento delle grandi occasioni, insomma. Era un po’ che non capitava, saranno stati almeno sei mesi. Allora non ero dipendente da internet e bulimica di notizie come oggi e me ne sono fregata. Con ogni probabilità io, Laura e Malte siamo andate a cena a casa di Liz o caccia di un nuovo ristorantino economico nei dintorni dell’università.

Sono tornata a Torino dopo poco più di un mese e sono stata inghiottita da un vortice di matrimoni (altrui) e tempeste sentimentali (mie). Ci è voluto un po’ prima che cercassi una spiegazione di cosa fosse successo, da Ovest.

Ho scoperto che la prima volta che era saltata la connessione era il 10 dicembre 2008, il sessantesimo anniversario dalla firma della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Un gruppo di dissidenti cinesi aveva pubblicato online un manifesto chiamato Charta 08, in cui si chiedeva la democratizzazione del Paese. Dei 303 firmatari, 70 sono stati arrestati e detenuti per un certo periodo. Il più noto è Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace nel 2010, che sta ancora scontando 11 anni di prigione.

Il 4 giugno 2009, a un paio di settimane dalla formalizzazione del suo arresto, in piazza Tian’anmen andava in scena “The Umbrella Men Incident”. Quando si dice la banalità del male:

tradurre i rumori forti

baccano s. m. [prob. alteraz. del lat. Bacchanal: v. baccanale2]. – Strepito assordante fatto da più persone che alzano troppo la voce litigando, o nel gioco, per protesta, ecc.: far b., sollevar b.; b. assordante, indiavolato; e poi, dico la verità, i b. non mi piacciono (Manzoni); con sign. attenuato, chiasso rumoroso: non fate tanto b., ragazzi! Fig., fare b., far molto parlare di sé; fare b. per qualcuno, per qualche cosa (o intorno a qualcuno, a qualche cosa), dare grande pubblicità, levarne scandalo, e sim.; meno com., in queste accezioni, di far chiasso.

 

bailamme s. m. [dal turco bayram, propr. «festa»: v. bayram]. – Confusione e grida di gente che va e viene, baraonda: è impossibile lavorare in mezzo a questo b.; è un vero bailamme.

 

baraónda s. f. [dallo spagn. barahunda, forse voce onomatopeica]. – Confusione di gente che va e viene, o anche di cose tenute in disordine: quella casa è una b.; che b. in quell’ufficio!; c’era una gran b. oggi alla stazione; Lasciai di Pisa La baraonda Tanto gioconda (Giusti).

 

boato s. m. [dal lat. boatusus, der. del verbo boare «gridare, rimbombare», gr. βοάω]. – Rumore forte e cupo, di solito sotterraneo: il terremoto fu preceduto da forti boati; meno com., i b. del tuono.

 

bòtto s. m. [lo stesso etimo che botta1]. –

1.b. Rumore d’un colpo: si sentì il b. di lontano; il b. di un’arma da fuoco, di un petardo, ecc. (e per metonimia, roman., botti, fuochi d’artificio); anche il rintocco della campana, spec. quando suona a martello: Ad un b. di squilla (Ariosto); settentr., il b., il tocco, l’una dopo mezzogiorno o dopo mezzanotte (anche, i due b., le due).

 

casino s. m. [dim. di casa]. –

3. Postribolo, casa di tolleranza. Fig., pop., chiasso, confusione: non fate casino!; o luogo o cosa dove regna la confusione, spec. in esclamazioni come è un vero c.! e sim.; anche, situazione ingarbugliata e confusa: col suo intervento ha creato un c.; e chi ci capisce qualcosa in questo casino?

 

chiasso1 s. m. [forse lat. *classum, tratto dal lat. mediev. conclassare «convocare; gridar forte» o dal lat. classĭcum «segnale di adunata»; o da chiasso2 nel sign. di «bordello»]. –

1.a. Rumore alto di voci fatto per divertimento: il ch. proveniva dal cortile; procurate di far meno ch.; quindi in genere strepito, fracasso, schiamazzo: non potevo dormire con tutto quel ch. giù nella strada.

 

clamóre s. m. [dal lat. clamororis, der. di clamare «gridare»]. –

1.a. Il gridare di più persone insieme, rumore confuso di voci: Il clamor delle turbe vittrici Copre i lai del tapino che mor (Manzoni). Per estens., schiamazzo di animali: il c. delle oche salvò il Campidoglio; più raram., rumore di cose, come acque, ecc.

b. Chiasso, rumore, in frasi quali suscitar c., sollevar c., di fatto che desti largo interesse (cfr. clamoroso).

2. Lagnanza, rimostranza, grido collettivo di protesta: suscitare i c. della folla; rinnovandosi, con c. grandi di quel popolo, la ignominia delle artiglierie (Guicciardini).

3. ant. Preghiera, implorazione: li figliuoli nostri hanno fatto clamori e fervori a Dio, iubili e canti (Savonarola).

 

clangóre s. m. [dal lat. clangororis, der. di clangĕre: v. la voce prec.], letter. – Suono squillante di tromba e sim.: risonava più d’una trombetta Per Roncisvalle con certo c. (Pulci); Oggi l’alloro è premio di colui Che tra clangor di buccine s’esalta (Gozzano). Anche, strepito, rumore, suono forte in genere.

confuióne s. f. [dal lat. confusioonis, der. di confundĕre «confondere», part. pass. confusus]. –

1. Il confondere, il confondersi, l’essere confuso. In partic.:

a. Situazione di più cose o persone mescolate o riunite insieme alla rinfusa; disordine, scompiglio, tumulto: in quella stanza c’era un’indescrivibile c. di oggetti d’ogni specie; il ladro approfittò della c. per darsi alla fuga; mettere, provocare c.; portare la c. in casa; c. di voci, di suoni. C. delle lingue, quella che mise i costruttori della torre di Babele nell’impossibilità d’intendersi l’un l’altro. Per estens., chiasso, rumore: non fate tanta confusione. C. elettronica, contromisura radioelettrica attiva consistente nella emissione di radioonde e, in genere, di perturbazioni radioelettriche, che si propone lo scopo d’ingannare il nemico nell’interpretazione dei dati fornitigli dai suoi mezzi radioelettrici e di presentare false indicazioni ai suoi dispositivi.

 

fracasso s. m. [der. di fracassare]. –

2.a. Rumore violento di cosa che si fracassi o venga fracassata, e in genere grande rumore, frastuono, anche di persone: il soffitto crollò con gran f.; il suono contemporaneo di tutti quei clacson produceva un f. d’inferno; i ragazzi nel cortile facevano un f. indiavolato.

 

frastuòno (pop. frastòno) s. m. [comp. di fra-, s– e tuono2]. – Rumore confuso e assordante prodotto da più persone: f. di voci, di strumenti, d’applausi; senti che f. fanno quei ragazzi!

 

rómbo3 s. m. [der. di rombo1 nel sign. 1, per il suo rumore; cfr. gr. ἐπιρρομβέω «emettere un ronzio»]. –

1. Rumore forte e profondo, per lo più di breve durata: il r. del tuono, del cannone, dell’esplosione; allo scoppio della mina seguì un r. che fece tremare tutti i vetri; si è udito il r. di un reattore di linea (P. Levi); in usi iperb.: Con la lancia arrestata il cavalliero L’aria ferendo vien d’orribil rombo (Ariosto).

2. ant. Ronzio, strepito: Simile a quel che l’arnie fanno rombo (Dante); metteva un certo r. continuo, che pareva un vespaio (Leopardi).

 

schianto1 (pop. tosc. stianto) s. m. [der. di schiantare]. –

2. Rumore secco e improvviso di una cosa che si schianta, o che scoppia: lo s. dei rami spezzati; lo s. del fulmine; si è sentito uno s. e il cornicione è crollato.

 

strèpito s. m. [dal lat. strepĭtus -us, der. di strepĕre «strepere»]. –

1. Rumore fragoroso e disordinato, prodotto in genere dal sommarsi di più voci e rumori: lo s. dei carriaggi, del treno; non stette guari a levarsi il re, il quale lo s. de’ caricanti e delle bestie aveva desto (Boccaccio); uno s. di passi, di voci; d’improvviso nella piazza si levò un grande s. di acclamazioni e di battimani; e senza alcuna specificazione: che è questo s.?; il luogo era pieno di strepito e d’un vapore nauseabondo (G. Cena); anche con riferimento a singola persona che fa rumore o strilla: se fate strepito siete morto, gli disse il veneziano (Casanova).

 

stridóre s. m. [dal lat. stridor -oris, der. di stridēre «stridere»]. –

1.a. Rumore forte di cosa (o, anche, di animale) che stride: lo s. di una carrucola; Ma quali odo lamenti E stridor di catene …? (Parini); Sente, pian piano, con sordo stridore, A doppia chiave riserrar di fuore (Giusti); si sentì lo s. di quella porta prima aperta, poi chiusa (Piovene); stridore di denti, il rumore che fa chi digrigna i denti per terrore, rabbia o minaccia; ivi sarà pianto e stridor di denti, espressione evangelica spesso citata con riferimento alle pene dell’inferno o con altri usi estens. (cfr. Matteo 8, 12: Filii autem regni eicientur in tenebras exteriores: ibi erit fletus et stridor dentium).

 

tónfo s. m. [voce onomatopeica]. – Rumore piuttosto cupo, prodotto da un corpo che cade nell’acqua o anche in terra, e meno spesso provocato da colpi battuti (spec. se questi hanno una risonanza sorda): il t. misurato di que’ due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago (Manzoni); un t. ci avvertì che un sacco era caduto giù dal carro; che cosa sono questi t. in cantina?; lasciò cadere la cartella vicino alla scrivania, con un t. sordo (Giuseppe Pontiggia) Talora s’intende anche la caduta, nelle espressioni fare, dare un tonfo. ◆ Dim. tonfétto, meno com. tonfino.

fonte: Vocabolario Treccani

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caracollare

Quel momento in cui si apre uno spiraglio per la tua parola preferita in una traduzione: ti ci infili e la scrivi. Però, però, neanche il tempo di digitare la “e” che ti accorgi che sballa tutta la frase e rovina la metafora e quindi siamo seri, con ogni probabilità toccherà toglierla alla prossima rilettura. Non subito però, per adesso rimane lì, che almeno per qualche giorno esisterà una versione provvisoria della traduzione che sarà anche un po’ imbarazzante, ma almeno contiene il verbo CARACOLLARE e chissà quando ti ricapita.

2a0012

pausa finita, torno al lavoro