#2 La scuola

Ecco la seconda parte dell’intervista con mia nonna: parla dei primi anni di scuola elementare, fino all’inizio della seconda guerra mondiale. Ogni tanto si sente anche una terza voce: è di Cristina, mia cugina, che era con noi quel pomeriggio.

Qui potete ascoltare la prima parte, in cui racconta i suoi primi ricordi.

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I need more George Eliot in my life

We can’t choose happiness either for ourselves or for another – we can’t tell where that will lie. We can only choose whether we will indulge ourselves in the present moment or whether we will renounce that for the sake of obeying the divine voice within us – for the sake of being true to all the motives that sanctify our lives. I know that belief is hard – it has slipped away from me again and again; but I have felt that if I let it go for ever, I should have no light through the darkness of this life.

George Eliot, The Mill on the Floss

#1 Due mascalzonate

Dopo essermelo ripromessa varie volte, quest’anno mi sono finalmente decisa a intervistare mia nonna. Ci siamo incontrate il 10 e il 13 marzo 2016, a Settimo Torinese, e l’ho registrata parlare a ruota quasi libera per un paio d’ore.

Ho fatto a pezzetti la nostra chiacchierata e mi piacerebbe condividerla qui una volta alla settimana. La domenica mi sembra una buona giornata per raccontarsi delle storie.

Sono molto grata alla nonna per i racconti e per avermi dato il permesso di condividerli. Si chiama Pina e la settimana scorsa ha compiuto 81 anni.

Qui racconta i suoi primi ricordi: le mascalzonate fatte in compagnia della cugina nella campagna marchigiana, intorno al 1940.

(Di norma detesto i consigli ma questo mi sento di darlo, anche se tra parentesi: fatelo. Il più presto possibile. Mettete da parte una mezz’ora, senza rimandare, di persona, al telefono, o per lettera. Ne varrà la pena, prometto.)

dalla passeggiata di oggi: due cose più una

un prete ortodosso che faceva le parole crociate seduto di fronte alla vetrina di un h&m con un cartello appeso al collo in cui chiedeva delle offerte per il restauro della sua chiesa;

un ragazzo in piedi fuori dallo stesso h&m con un cartello appeso al collo in cui diceva di essere non vedente e chiedeva venti lei in cambio di un massaggio;

il cartellone pubblicitario di una banca in cui un uomo gioca con un cane fatto di banconote verdi e la scritta “lo stipendio è il migliore amico dell’uomo”.

Forse una delle pagine più belle che abbia mai letto

Tanto che mi tocca smettere di leggere e copiarla.

Sebastian osservò fuori il cielo che si annuvolava. Richiamò alla mente eroi e uomini che gli erano piaciuto e ritenne che presto, prima di quanto si potesse credere, sarebbe cominciata una nuova vita, non certamente eroica, ma piena di spunti per declamare nuove poesie.

Cerco sempre qualcosa, pensò Sebastian, e sempre attendo qualcosa. Vado ovunque e mi sembra che tutto cominci senza di me. Prima mi fermava il timore e frenavo l’istinto e l’impulso di agire. Un passo di troppo, ritenevo, e la felicità sarebbe andata, perduta per sempre, ma era solo paura. Adesso è il rimpianto di essermi fermato che mi spinge a correre in avanti, ma la bellezza, forse, è già alle mie spalle.

Maledetti i sognatori che mi hanno fatto sognatore, pensò ancora Sebastian, perché devo credere ai sogni di coloro che nulla ricordano, che tutto omettono se non l’immaginazione di essere scesi nell’ignoto dell’anima. Quante volte hanno dato spiegazioni fasulle, inventate, uscite dall’imbroglio della vanità, eppure oggi mi comporto come loro. Prevedo, spiego, racconto, ma come si può entrare nell’anima delle persone se non riesco nemmeno a entrare nella mia? Come convincerli a correre oggi, per fermarsi altrove domani, lontano da questo posto, da questa terra calpestata dai padri dei padri? E se mi sbagliassi? Se li portassi al disastro, al bisogno del furto e dell’elemosina, alla perdita delle nostre usanze e della nostra leggenda? Jonela, Jonela… mi hai dato i tuoi sogni, ma anche la tua paura. Mi hai costretto ad affacciarmi nel vuoto di un’altra storia, di un’altra cultura che a quella storia ubbidisce. Jonela… Jonela sei stata un’incorreggibile canaglia, figlia della semplicità, dell’infinita rabbia e dell’oltraggio. Ti sei fatta calzolaio per farci calzare scarpe nuove e scomode, ma ci hai lasciato il fascino meraviglioso del ricordo. O Jonela, oggi non indosserai i colori e i veli delle gonne lunghe, non ci regalerai la vista di un abito azzurro e rosso e non ci darai la noia dell’abitudine. Domani passeremo invece tra le sale piene di gente annoiata, indaffarata, ostile, opprimente, sempre con la stessa espressione, uomini e donne tutti mascherati dello stesso volto, sempre a raccontare la stessa trama, incapaci di giocare, inchiodati tutti dall’oscenità dell’imbroglio e della menzogna su tavoli ordinati e puliti. Eppure dobbiamo andare e mangiare in quelle sale se vogliamo vivere. Dovremo mischiarci tra gente senza cuore e senza coscienza e piangeremo perché i nostri sogni consolatori si dissolveranno come vapori fumanti al contatto dell’indifferenza. Jonela, noi ci trasciniamo la miseria, la destrezza del furto, la furbizia di inventare, la passione del tradimento, ma anche quell’infinita dolcezza che i gagè hanno smarrito.

Sergio Pretto, Novecento Rom, CartaCanta: Forlì, 2012. (pp. 61-62)

 

C’è una tradizione, in alcune scuole rumene

A fine anno si organizza la festa di classe, una specie di ballo all’americana. Bene.

È un evento ufficiale, sponsorizzato dalla scuola e a cui partecipano anche i professori. Si tiene nelle discoteche più alla moda (ossia, tamarre) della città e chi può spende un patrimonio per comprarsi lo smoking o il vestito da bomboniera su misura. Alcuni noleggiano addirittura le limousine, per arrivare con stile. Va be’.

Il ballo include il concorso di Miss e Mister Liceo. Gli studenti e le studentesse si contendono il titolo partecipando a una sfilata in vestito da sera e a un esercizio di talento (canto, ballo, magia…). Proprio come nei concorsi di bellezza. La condotta o il profitto non contano per niente. Un po’ meno bene.

Tanto è una roba che si vedono i ragazzi, da soli, ho pensato: e invece no, i professori (maschi) eleggono la Miss Liceo, e le professoresse (femmine) il Mister. E no, il voto non è segreto: gli insegnanti alzano la paletta con il voto, davanti a tutti.

Alla fine della cerimonia i Presidi fanno anche un discorsetto: si mettono in mezzo, tra il Mister e la Miss, e si congratulano con loro, facendo presente che da quel momento rappresentano la scuola e devono essere all’altezza del loro ruolo.

Pare che vincano sempre i bellocci e le bellocce, che così guadagnano anche migliaia di punti in popolarità.

Non ne ho esperienza diretta, la storia me l’ha raccontata un amico che lavora in un liceo di Bucarest. Mi ha detto di aver provato a sollevare delle obiezioni ai colleghi, con un tono scherzoso, dicendo qualcosa del tipo “Ma no, dai, io voto quella lì che ha dieci, consideriamo anche i meriti accademici!” È stato guardato come un bacchettone.

Speravo che scrivendo mi sarebbe venuto in mente un commento arguto. Ancora niente. Forse per certe storie non ce n’è bisogno.

La prima volta che mi sono sentita un’insegnante

La prima volta che mi sono sentita un’insegnante è stato sull’autobus.

Quando ho iniziato a fare quel lavoro non ci credevo per niente. Non è stata questione di vocazione quanto di opportunità: volevo un lavoro, me l’hanno offerto, l’ho preso. E poi, chi aveva mai sentito parlare di lezioni di cinese al liceo? Va bene, ho pensato, ma a questi qua di sicuro non fregherà niente di niente, figuriamoci di imparare il cinese. Ne sono certa, non durerà: meglio che inizi a far girare il mio curriculum e vedere se trovo qualcosa di meglio da fare.

La prima volta che mi sono trovata di fronte una classe di studenti, però, ero terrorizzata. Ricordo di essermi appoggiata alla lavagna e di aver pensato che non era sufficiente: avrei voluto finire dietro, macché, dentro la lavagna, essere risucchiata tra la polvere del gessetto cancellato e il nero dell’ardesia. Di quelle due ore ho un ricordo molto vago. So di essere partita con la mia spiegazione sull’ordine dei tratti dei numeri da uno a dieci. Lo zero, il più difficile, l’ho lasciato per ultimo (è questa roba qui: 零).

La fine, invece, la ricordo come fosse ieri. Immaginavo che al suono della campanella sarebbero corsi via sollevando zaini e fogli volanti e nuvole di polvere tipo diavoli della Tasmania. Quando la campanella è suonata loro sono rimasti seduti, a finire di scrivere gli ultimi tratti di 零. Magari non mi odieranno, ho pensato sollevata. E poi, che branco di secchioni.

Però di loro ancora non me ne importava un fico. Mi divertivo, questo sì, mi piaceva parlare davanti a un pubblico, certa di essere ascoltata. Una valvola di sfogo per il mio egocentrismo. Mi ero preparata questo discorsetto di introduzione alla lingua cinese, di cui la maggior parte del contenuto era vero e accademicamente certificato, altre cose però erano intuizioni mie di cui non ero proprio certa al mille percento, però facevano tanto effetto. Tanto un fondamento di verità ci sarà se mi sono venute in mente, no? In ogni modo, questi qua le dimenticheranno in tempo zero.

Finché un giorno ho preso l’autobus. Poche fermate dopo la mia è salito un mio allievo. L’ho guardato dal finestrino ma lui non mi ha vista, e io non mi sono sbracciata per salutarlo. È rimasto in piedi qualche fila dietro di me, lui e i suoi amici riempivano la parte centrale dell’autobus.

Allora, come va la nuova scuola? E il corso di cinese?, gli ha chiesto un’amica.

Lui ha ripetuto il mio discorsetto, per filo e per segno, con un entusiasmo e una fame di sapere che mi hanno riportato ai miei primi giorni di università. La prof si era messa a scrivere dei caratteri alla lavagna e io non potevo credere che fossero tutti diversi e li sapesse a memoria, sicuramente se li inventa strada facendo ma come fa a scrivere con tanta sicurezza se sta improvvisando no li deve sapere sul serio costi quel che costi ci devo riuscire anch’io!

Magari voleva impressionare l’amica usando delle parole difficili. Magari era il più secchione di tutti e si era accorto che ero lì e volevo impressionare me. Ad ogni modo, ricordava ogni parola. Cazzo, ho pensato, ma questi qua mi ascoltano sul serio.

Nei cinque anni e mezzo di lezioni che ho insegnato dopo quel pomeriggio ci sono stati molti discorsetti introduttivi, tutti più brevi di quella prima versione. Mi sono ripromessa di dire sempre la verità, anche se significava pronunciare le terribili sillabe Non lo so davanti a una classe che pensa che tu debba sapere, come minimo, tutto. E ho iniziato a prendere terribilmente (troppo?) sul serio quel lavoro, che ho amato e detestato con passione e che sono contenta di aver lasciato ma che ogni tanto, per una manciata di ore, mi manca.

Le letture della settimana #3

“Oh, the bright young people who come here, with their bright, lively imaginations. They do nothing all day long but think of ways to kill. It’s a terribly placid society, really. But, why shouldn’t it be? All its aggressions are vented from nine to five. Still, I think it does something to our minds. Imagination should be used for something other than pondering murder, don’t you think?”

Samuel R. Delany, Babel-17

Due cose successe mercoledì

Mercoledì mattina alle sette il termometro del cellulare dava -21°C. Nel pomeriggio si stava un po’ meglio e sono uscita a fare due passi, con la scusa di comprare due cose.

Camminavo per Bulevardul Brătianu, diretta verso il centro commerciale. A un incrocio c’era una macchina della polizia ferma di sbieco, bloccava l’accesso a una strada secondaria. Ho sbirciato e ho visto una gru dei pompieri, di quelle che si usano per liberare le persone dagli incendi nei piani alti. Stavano togliendo i ghiaccioli che si formano ai bordi dei tetti. Erano giganti, saranno stati alti almeno un metro. Non ne avevo mai visti di così grandi.

ghiaccioloni

Questa l’ho scattata oggi pomeriggio vicino a casa. Non so se rende l’idea ma sono giganti.

Arrivata al centro commerciale, sono salita al terzo piano, dove c’è la cartolibreria. Luis mi aveva chiesto di comprargli una cartellina e una confezione di fogli di carta per la stampante della scuola (qui i professori e gli allievi devono procurarsi da soli alcuni materiali come gessetti, pennarelli e carta per le fotocopie, per non parlare di proiettori, computer portatili eccetera). Non avevano cartelline decenti e la carta era finita, così sono rimasta a cazzeggiare nel reparto cancelleria. A un certo punto mi guardo intorno e mi accorgo di essere circondata da tre ragazzi giovani, il più vecchio avrà avuto la mia età. Puzzano tutti un po’ e  hanno una macchia in faccia, una specie di alone rosso attorno al naso e alla bocca. Mi sono sentita a disagio e mi sono allontanata, e mentre camminavo mi è venuto in mente. In quel reparto vendono colla e vernici.

 

Serendipità

È lo shuffle che mi fa ascoltare questo…

…mentre traduco questo:

Gentili ascoltatori, buonasera a tutti. Il segnale orario ci ha appena avvertiti che è di nuovo arrivata la mezzanotte, è iniziato un nuovo giorno. Ecco un momento di quiete in questa gelida nottata invernale. E tu, che cosa stai facendo? Sei sdraiato su un letto soffice e caldo, ad ascoltare il lamento del vento gelato fuori dalla finestra? Oppure cammini tra il vento gelato e la neve che non si è ancora sciolta, diretto verso casa? O ancora fai straordinario, tutto solo nel tuo ufficetto? Com’è ovvio, non mancheranno nemmeno gli autisti ancora sulla strada. Non importa dove ti trovi stasera, spero che oggi dalle nostre frequenze ti arrivi un po’ di calore. Sappiate che in questa nottata invernale ci sono ancora io a tenervi compagnia. Questa è radio Nanchino Musica, nel cuore della notte, e io sono Xiaoxiao.